
Reem Alsalem: prostituzione, consenso e violenza contro le donne
Video intervento di Reem Alsalem
È molto importante non utilizzare l’espressione «lavoro sessuale» per parlare della prostituzione. Attraverso questa terminologia, infatti, si suggerisce che le donne scelgano liberamente di essere coinvolte nella prostituzione e che prestino il proprio consenso.
Questa espressione rafforza una delle narrazioni che più frequentemente circondano la prostituzione: l’idea che le donne vogliano trovarsi in questa situazione, che la considerino emancipante e dignitosa. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità.
Come ho mostrato nel mio rapporto, secondo il diritto internazionale non è possibile prestare un consenso valido a situazioni fondate sullo sfruttamento e sull’abuso. Nella prostituzione, quindi, le donne non possono essere considerate consenzienti rispetto a un sistema che viola ogni aspetto dei loro diritti umani.
La presenza di una transazione economica è, in realtà, una delle prove più evidenti del fatto che ciò che accade non è consensuale. Molte donne prostituite ci hanno detto di considerare la prostituzione uno «stupro a pagamento». Senza il denaro, la stragrande maggioranza delle donne non accetterebbe quegli atti sessuali e non entrerebbe nel sistema prostituente.
Ilaria ha già richiamato il tema del trauma e della dissociazione. Si tratta di un aspetto fondamentale, perché affermare che le donne acconsentano a essere prostituite significa ignorare ciò che sappiamo sul trauma e sui suoi effetti.
Le donne prostituite possono sviluppare forti legami emotivi fondati sul trauma con gli sfruttatori e con gli uomini che abusano di loro, i quali controllano ogni aspetto della loro vita. Il trauma altera la percezione che le vittime hanno della propria condizione e modifica anche il modo in cui interpretano il comportamento e il pensiero di chi esercita la violenza.
Le vittime possono quindi comportarsi in determinati modi per garantirsi la sopravvivenza: una sopravvivenza concreta e quotidiana.
Nel mio rapporto ho spiegato anche quali siano i fattori che permettono al sistema prostituente di prosperare e continuare a esistere.
Alla base troviamo innanzitutto il patriarcato, che normalizza l’idea secondo cui un sesso, o un genere, possa comprare l’altro.
A questo si aggiungono i processi di globalizzazione, attraverso i quali ogni cosa viene trasformata in merce. Anche la sessualità e le capacità riproduttive delle donne vengono mercificate, vendute e comprate.
Il sistema prostituente viene inoltre alimentato dalle disuguaglianze economiche sempre più diffuse, comprese quelle tra uomini e donne, dalla crescente povertà delle donne e delle ragazze, dai conflitti, dalla militarizzazione, dalle eredità del colonialismo e dalle guerre. Tutti questi fattori provocano anche lo sfollamento forzato di donne e ragazze.
È quindi evidente che alcuni gruppi di donne e ragazze sono maggiormente esposti al rischio di essere coinvolti e intrappolati nella prostituzione.
Si tratta, in particolare, delle donne appartenenti a gruppi che subiscono già discriminazioni ed emarginazione: donne discriminate per la loro origine o appartenenza razziale, donne appartenenti a minoranze etniche o religiose, donne in fuga dai conflitti e donne provenienti dalle società più povere.
Non sorprende, quindi, che in molti Paesi la grande maggioranza delle donne e delle ragazze prostituite appartenga proprio alle popolazioni maggiormente discriminate ed emarginate.
Le donne coinvolte nella prostituzione possono essere donne rom; possono provenire da Paesi dell’Europa orientale devastati dalla guerra, come l’Ucraina, oppure da Paesi più poveri e impoveriti, nei quali la situazione economica è particolarmente grave, come la Romania. Possono inoltre provenire da Paesi africani colpiti dai conflitti, come la Nigeria, e da molte altre realtà segnate dalla guerra e dalla povertà.
Questo ci riporta a una questione fondamentale: se la prostituzione fosse davvero un lavoro come qualsiasi altro, perché le donne che fuggono dai conflitti e dalla povertà sono rappresentate in misura così sproporzionata nel sistema prostituente?
Perché non troviamo, nella stessa proporzione, donne bianche del posto, appartenenti alle classi sociali più elevate, coinvolte nella prostituzione?
Nel rapporto ho affrontato anche la questione della pornografia, il suo impatto profondamente dannoso e il modo in cui essa modella negativamente le aspettative sessuali degli uomini e dei ragazzi.
La pornografia influenza anche le aspettative delle donne e delle ragazze rispetto a ciò che dovrebbero offrire sessualmente e al modo in cui il loro valore viene misurato all’interno della società.
Essa conduce l’intera società a mercificare e sessualizzare le donne, e a mercificare, sessualizzare e pornografizzare le ragazze.
Sono soprattutto le ragazze a sentire il peso di questa sessualizzazione. La normalizzazione della pornografia e il suo consumo massiccio ed estremo — di una pornografia sempre più violenta — producono nelle ragazze l’aspettativa che sia normale essere sottoposte alla violenza.
Diventa normale aspettarsi che vengano continuamente richiesti loro atti sessuali e diventa normale pensare che possano essere anche pagate per subirli.
È quindi estremamente inquietante constatare che, con l’aumento dell’accesso degli adolescenti alla pornografia, divenuta sempre più violenta, aumentano anche gli atti di violenza sessuale commessi non soltanto contro le donne, ma anche contro le ragazze.
In diversi Paesi occidentali assistiamo a un aumento degli stupri e degli stupri di gruppo, commessi anche da adolescenti di quattordici anni contro ragazze della loro stessa età.
Vediamo inoltre atti di violenza estremamente gravi perpetrati contro donne di ogni età, come lo strangolamento e altre pratiche estreme.
Tutto questo è molto preoccupante, anche perché gli Stati non stanno realmente affrontando questa violenza. Non adottano leggi e politiche adeguate per arginare questa crescente ondata di abusi.
I diversi modelli legislativi sulla prostituzione
Nel rapporto ho esaminato brevemente anche i diversi modelli adottati dagli Stati per rispondere alla prostituzione.
Non entrerò qui nei dettagli. È sufficiente dire che, dopo aver analizzato tutti i modelli esistenti, sono fermamente convinta che il modo migliore per affrontare la prostituzione e le sue cause profonde sia il modello nordico, conosciuto anche come modello abolizionista o modello dell’uguaglianza.
Questo modello offre un approccio complessivo alla prostituzione, fondato sui diritti umani e capace di intervenire all’origine del problema: la normalizzazione dell’acquisto di atti sessuali.
Il modello nordico si fonda su cinque componenti.
La prima consiste nel riconoscere le donne, le bambine e i bambini coinvolti nella prostituzione come vittime.
Indipendentemente dalle circostanze nelle quali le forze dell’ordine o le autorità entrano in contatto con una donna prostituita, questa deve essere riconosciuta come vittima.
Le donne prostituite non devono essere criminalizzate né sanzionate. Hanno invece diritto all’assistenza e alla protezione.
La seconda componente consiste nella criminalizzazione esplicita dell’acquisto di atti sessuali, con l’obiettivo di rendere più difficile…
L’obiettivo è impedire che uomini e ragazzi passino dal pensare di comprare donne e ragazze al compiere effettivamente quell’atto.
La legge deve trasmettere un messaggio chiaro: comprare atti sessuali non è normale. Per questo deve essere considerato un reato e deve poter comportare sanzioni per gli acquirenti di sesso. Lo scopo è scoraggiare la domanda e contrastare l’acquisto di atti sessuali.
La terza componente del modello nordico è, naturalmente, la criminalizzazione dello sfruttamento della prostituzione e del favoreggiamento.
La quarta consiste nell’attuazione di campagne di sensibilizzazione e di educazione, con l’obiettivo dichiarato di abolire l’acquisto di atti sessuali.
Garantire reali percorsi di uscita
La quinta componente è altrettanto importante, ma non viene ancora attuata in maniera sufficiente, nemmeno nei Paesi che hanno adottato il modello nordico.
Consiste nel garantire alle donne prostituite concreti percorsi di uscita, attraverso un sostegno completo che permetta loro di affrontare il trauma psicologico, le malattie e i danni fisici sviluppati come conseguenza degli abusi subiti.
Il sostegno deve inoltre permettere alle donne di trovare un’abitazione, rendere più stabile la propria vita e costruire alternative reali alla prostituzione.
Anche questa costituisce una raccomandazione molto chiara del mio rapporto.
Ciò che tutti gli Stati possono fare immediatamente
Vorrei concludere ricordando che, indipendentemente dalla posizione assunta dai diversi Paesi rispetto alla prostituzione e dal modello legislativo adottato, esistono azioni che tutti gli Stati e tutte le autorità possono intraprendere già oggi.
Possono farlo anche quando non riconoscono ancora pienamente la prostituzione come una questione legata alla violenza e alla violazione dei diritti umani.
La prima azione consiste nel dare spazio pubblico alle vittime e alle sopravvissute.
Non credo che questo venga fatto abbastanza. Sono molto felice di vedere qui oggi Rachel Moran.
Dobbiamo ascoltare le sopravvissute. Dobbiamo ascoltare le donne che hanno vissuto direttamente queste esperienze e non emarginarle per favorire la lobby del cosiddetto «lavoro sessuale», che sostiene la normalizzazione e la regolamentazione della prostituzione come se fosse semplicemente un lavoro.
Gli Stati devono inoltre garantire maggiori percorsi di uscita e sostenere economicamente le organizzazioni in prima linea che lavorano direttamente con le vittime.
Queste sono alcune delle misure che possono essere adottate immediatamente e per le quali gli Stati devono destinare risorse adeguate.
La normalizzazione della prostituzione libera gli Stati dalle proprie responsabilità
Vorrei concludere sottolineando che alcuni Stati promuovono deliberatamente la normalizzazione della prostituzione come «lavoro sessuale».
Lo fanno perché sostenere le donne più vulnerabili, quelle lasciate indietro e sottoposte agli abusi, richiede risorse e investimenti economici.
Quando si promuove un modello che dice alle donne: «Puoi uscire dalla povertà attraverso il lavoro sessuale», si solleva lo Stato dalle proprie responsabilità.
Lo Stato non è più considerato responsabile delle condizioni di povertà, discriminazione e vulnerabilità che hanno spinto quelle donne nella prostituzione. Non deve più intervenire per rimuoverle.
La responsabilità viene trasferita sulle donne prostituite, alle quali viene chiesto di salvarsi da sole.
In realtà, le donne finiscono per essere sempre più intrappolate in una rete di abusi e sfruttamento.
C’è poi un secondo aspetto.
Quando la prostituzione viene normalizzata e presentata come «lavoro sessuale», ogni abuso subito da una donna prostituita o da una vittima rischia di essere ridotto a una semplice questione lavorativa.
In questo modo la gravità della violenza viene attenuata.
Viene indebolita anche la possibilità delle donne di chiedere giustizia, ricevere sostegno e chiamare a rispondere delle proprie azioni gli sfruttatori e gli uomini che hanno abusato di loro.
Mi fermo qui. Grazie.

